Storia dell’industria locale
La manifattura ceramica Todescan di Monticello
La prima vera industria moderna di Monticello Conte Otto e una pagina importante della ceramica veneta.
La manifattura ceramica Todescan fu la prima vera industria moderna di Monticello Conte Otto. Nel momento di maggiore sviluppo arrivò a impiegare circa ottanta operai, esercitando un ruolo importante non soltanto nell’economia locale, ma anche nella storia artistica della ceramica veneta.
La famiglia Todescan, secondo le memorie familiari originaria del Tirolo, si era stabilita a Vicenza intorno al Seicento, dedicandosi inizialmente alla lavorazione della seta. La sua presenza a Monticello è documentata almeno dal 1745, anche se già prima del definitivo insediamento possedeva o conduceva terreni e fabbricati nel territorio. L’esperienza imprenditoriale maturata nel settore serico costituì probabilmente il retroterra sul quale si sviluppò, nei primi anni dell’Ottocento, la nuova attività ceramica.
La nascita della manifattura
Il fondatore della manifattura fu Pietro Todescan, primo sindaco di Monticello. Nel 1809 fece costruire in via Cà dell’Oro una fornace per la produzione di ceramica cristallina. Sette anni più tardi, nel 1816, realizzò lungo il torrente Tribolo un edificio destinato alla macinazione dei quarzi e delle vernici. Il laboratorio disponeva di dodici macine utilizzate per preparare le materie prime e i colori necessari alla decorazione delle ceramiche.
La scelta di collocare questa parte della lavorazione lungo il Tribolo non fu casuale: l’acqua poteva essere sfruttata come forza motrice per azionare le macine. La manifattura era quindi organizzata secondo un sistema produttivo articolato, che comprendeva la preparazione degli impasti e degli smalti, la foggiatura dei manufatti, la decorazione e la cottura nelle fornaci.
La svolta decisiva avvenne nel giugno 1834, quando fu accesa la prima fornace per la produzione della terraglia. L’aumento delle richieste e dello smercio rese presto necessaria la costruzione di nuove fornaci e di ulteriori magazzini, trasformando progressivamente il laboratorio originario in un vero stabilimento manifatturiero.
Le maestranze provenienti da Nove
Per sviluppare una produzione di qualità, i Todescan richiamarono a Monticello alcuni artigiani provenienti da Nove, uno dei principali centri della tradizione ceramica veneta. Tra le famiglie di lavoratori specializzati ricordate dalle fonti compaiono i Comaccio, i Porro e i Golin.
La presenza di queste maestranze è confermata anche dai registri canonici della parrocchia di Monticello, nei quali si incontrano numerosi artisti, decoratori e stoviglieri indicati come originari «delle Nove» e successivamente residenti nel paese. Il loro trasferimento contribuì alla formazione di competenze specializzate e alla nascita di una comunità di lavoratori legata alla manifattura.
La fabbrica si orientò soprattutto verso la produzione di stoviglie e piatti artistici, distinguendosi per la vivacità delle decorazioni e per l’originalità dei soggetti. Il periodo di maggiore rilevanza artistica si colloca tra il 1834 e il 1855, quando uscirono dalle fornaci di Monticello alcune delle opere più conosciute e apprezzate.
La produzione artistica
Tra le creazioni più celebri figuravano i piatti dedicati ai «Mesi dell’anno» e ai «Segni dello Zodiaco», i grandi tondi con i «Quattro Evangelisti» e la serie dei «Profeti». Queste opere si distinguevano per la ricchezza delle composizioni, l’intensità cromatica e la fantasia dei motivi decorativi.
La qualità raggiunta dalla manifattura fu tale che alcuni suoi modelli vennero successivamente ripresi e imitati da altri produttori. Le ceramiche Todescan acquisirono così un’identità riconoscibile nel panorama della produzione veneta dell’Ottocento. Alcuni esemplari sono oggi conservati presso il Museo civico della ceramica di Nove, a testimonianza del valore artistico e storico raggiunto dalla fabbrica di Monticello.
Anche dopo il 1855 la produzione rimase considerevole e mantenne una notevole vivacità decorativa. Alla manifattura non mancavano quindi capacità tecniche e creative; furono soprattutto le difficoltà economiche e commerciali a determinarne il progressivo declino.
Il passaggio a Giulio Cesare Todescan
Dopo la morte di Pietro Todescan, avvenuta nel 1838, la direzione della manifattura passò al figlio Giulio Cesare. Egli si dedicò intensamente alla gestione della fabbrica e delle vaste proprietà agricole familiari. Tra il 1848 e il 1855 risiedette per gran parte dell’anno a Monticello insieme alla moglie Elisa Fogazzaro, occupandosi contemporaneamente della manifattura e della conduzione diretta di circa 250 campi.
La morte prematura di Giulio Cesare, avvenuta nel 1854, lasciò i figli Caterina, Piero e Giuseppe ancora bambini. La vedova Elisa Fogazzaro sposò in seconde nozze il conte Angelo Revese, che assunse il ruolo di tutore dei figli e di amministratore del patrimonio Todescan, comprendente la casa, i terreni e l’avviata industria ceramica.
Le memorie familiari esprimono un giudizio molto severo sulla sua gestione. Revese viene descritto come un amministratore disordinato e prodigo, incapace di garantire stabilità economica all’impresa. Le difficoltà della manifattura finirono per coinvolgere l’intero patrimonio dei giovani Todescan, costringendo la famiglia a vendere numerosi terreni e fabbricati. Tra il 1867 e il 1870 furono alienati complessivamente trentotto campi, oltre a diverse proprietà situate nel centro e nei dintorni di Monticello.
La crisi della seconda metà dell’Ottocento
Ai problemi amministrativi si aggiunsero le conseguenze dei cambiamenti politici ed economici seguiti alla seconda guerra d’indipendenza. Dopo il 1859, la barriera doganale stabilita lungo il Mincio ostacolò le vendite nei mercati della Lombardia e dell’Emilia, fino ad allora importanti per la manifattura.
La riduzione dello smercio aggravò ulteriormente una situazione già fragile. Nel 1874 gli eredi Todescan decisero quindi di cedere lo stabilimento alla Società Ceramica Vicentina, che ne proseguì l’attività fino al 1891. In quell’anno la fabbrica venne acquistata da Achille Valeri.
Nel 1900 Valeri cedette lo stabilimento ai fratelli Carlo e Giovanni Monti. I nuovi proprietari lo concessero in affitto agli stessi lavoratori, che si organizzarono in una Società Ceramica Cooperativa. Il passaggio alla gestione cooperativa rappresentò un tentativo di salvaguardare la produzione e l’occupazione, affidando direttamente agli operai la continuità dell’impresa.
La chiusura della fabbrica
All’inizio del Novecento l’intero settore ceramico attraversava una fase difficile. La manifattura di Monticello, nonostante i diversi passaggi di proprietà e i tentativi di rilancio, risentì della concorrenza, dei mutamenti del mercato e della progressiva trasformazione dei sistemi produttivi.
Con lo scoppio della Prima guerra mondiale, la produzione venne sospesa e la società cooperativa fu sciolta. Nel 1919 il ragioniere Italo Facchi, già contabile dell’azienda, assunse la direzione dello stabilimento e tentò di riavviare l’attività, orientandola verso la produzione di stoviglie di uso comune.
Il rilancio ebbe tuttavia vita breve. Nel novembre 1926 la manifattura cessò definitivamente ogni attività. Le fornaci furono demolite e gli edifici produttivi vennero successivamente trasformati in abitazioni, cancellando progressivamente l’aspetto originario dello stabilimento.
Dopo la Seconda guerra mondiale la lavorazione della ceramica conobbe a Monticello una ripresa limitata e discontinua, ormai priva di un legame diretto con la storica manifattura Todescan. Si concludeva così un’esperienza durata oltre un secolo, capace di trasformare un piccolo centro rurale in un luogo di produzione artistica conosciuto ben oltre i confini locali.
Un’eredità che continua
La manifattura Todescan rimane una delle pagine più significative della storia economica e sociale di Monticello Conte Otto: un’impresa nata dall’iniziativa di una famiglia, cresciuta grazie alla competenza delle maestranze e divenuta celebre per ceramiche la cui qualità continua ancora oggi a testimoniare l’ingegno e la creatività dei suoi artefici.
Da questa lunga tradizione artigianale prende avvio anche un’altra storia, più popolare ma non meno affascinante: quella dei cuchi, i caratteristici fischietti di terracotta che un tempo venivano venduti nelle sagre e nelle feste di paese. Piccoli oggetti modellati e decorati con forme e colori diversi, capaci di unire abilità artigianale, gioco e cultura popolare. Ma questa sarà la storia di un altro articolo.
La fabbrica e le ceramiche
Seleziona un’immagine per osservarla ingrandita. La mappa dello stabilimento apre la raccolta, seguita dal marchio di fabbrica del periodo di Achille Valeri e da una selezione di piatti e decori.
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