TRADIZIONI:
I “cuchi” de Montexeo

Il cuco, piccolo fischietto modellato nell’argilla, è probabilmente uno dei più antichi giocattoli sonori creati dall’uomo. Le sue origini si perdono nel tempo: oggetti simili, raffiguranti animali, persone o figure fantastiche, sono stati ritrovati presso civiltà molto lontane tra loro. Nati dall’incontro fra terra, acqua, fuoco e ingegno umano, questi semplici strumenti costituiscono una forma universale di arte popolare.
In tempi più recenti il cuco fu soprattutto il giocattolo dei bambini delle famiglie meno abbienti. Variopinto, economico e fragile, si acquistava sulle bancarelle delle sagre e delle feste paesane. Dietro la sua apparente semplicità si nascondeva però una precisa identità culturale: forme, colori e decorazioni permettevano di distinguere un fischietto peruviano da uno russo, cinese o greco e, in Italia, un cuco veneto da uno toscano, pugliese, siciliano, romagnolo o piemontese.
I cuchi raccontano il mondo delle comunità che li hanno prodotti. Possono rappresentare il lavoro, il cibo, l’amore, il gioco e la paura, ma anche personaggi ed episodi storici, spesso riletti con ironia. Per questo sono diventati oggetto di studio per etnologi e storici e sono oggi conservati nei musei e nelle collezioni dedicate alle arti e alle tradizioni popolari.
I cuchi veneti e la memoria di Napoleone
Nel territorio vicentino la produzione dei cuchi è legata soprattutto alla tradizione ceramica di Nove. Alcuni fischietti novesi raffiguravano in modo scherzoso e irriverente Napoleone e i soldati francesi, mantenendo vivo il ricordo della Battaglia del Brenta del 6 novembre 1796.
Gli scontri tra le truppe francesi e quelle austriache interessarono Nove, Fontaniva, Marchesane e la zona di Col di Grado. La memoria popolare ricordò a lungo l’arrivo di Napoleone da Fontaniva sul suo cavallo bianco e il consiglio di guerra tenuto con i generali nell’oratorio settecentesco di San Giovanni Nepomuceno. La battaglia lasciò sul campo circa cinquemila uomini, tremila dei quali francesi, e si concluse a favore degli austriaci. Il giorno successivo i francesi si ritirarono verso Vicenza.
Quegli avvenimenti furono narrati anche dall’abate Giuseppe Dal Pian nel poema La Battaglia delle Nove, pubblicato a Venezia nel 1802. La produzione popolare dei cuchi contribuì a trasformarne i protagonisti in figure della memoria collettiva, deformate e rese meno temibili attraverso la caricatura.
L’eco di quella giornata raggiunse anche Monticello. Nei registri parrocchiali si ricorda infatti che proprio il 6 novembre 1796 la chiesa di Monticello venne aperta alle funzioni parrocchiali da don Lorenzo Dalla Via, nominato economo spirituale e destinato a diventare il primo parroco del paese.
La nascita dei “cuchi de Montexèo”
Monticello Conte Otto possiede un’importante storia ceramica, testimoniata da documenti, fotografie e manufatti. Non sono però emerse, almeno fino a oggi, fonti scritte capaci di dimostrare un collegamento diretto tra gli stabilimenti locali e la produzione dei cuchi. La storia dei cuchi di Monticello Conte Otto ci è giunta soprattutto attraverso testimonianze orali, ricordi familiari e racconti tramandati da chi conobbe i protagonisti dell’epoca della ceramica monticellese, tra l’Ottocento e i primi decenni del Novecento.
È noto che numerose maestranze provenienti da Nove furono chiamate a lavorare nello stabilimento della Ceramica Todescan. Poiché i collegamenti erano difficili, questi operai rimanevano a Monticello durante la settimana e tornavano a casa, a piedi oppure in bicicletta, soltanto nei giorni festivi.
Secondo la memoria locale, al termine della giornata alcuni di loro utilizzavano l’argilla e il tempo disponibile per modellare piccoli fischietti da vendere alle sagre. Era un modo per integrare il salario e mantenere un legame con la tradizione appresa a Nove. La produzione dei cuchi rimase comunque secondaria rispetto a quella delle ceramiche: veniva considerata un’attività modesta, quasi un sottoprodotto, e non un’espressione artistica meritevole di essere registrata nei documenti aziendali.
Con la conclusione della stagione ceramica monticellese cessò anche questa produzione. I piccoli fischietti continuarono tuttavia a vivere nei ricordi, insieme all’atmosfera delle sagre e a quel suono capace di richiamare l’infanzia.
La rinascita degli anni Settanta
Negli anni Settanta avvenne una sorprendente riscoperta. Monticello Conte Otto continuava a essere ricordato, come la più celebre Nove, quale “paese dei cuchi”. Alcuni cittadini decisero allora di recuperare quella tradizione organizzando una manifestazione podistica chiamata Marcia dei Cuchi.
Ceramisti, ex ceramisti e volontari si misero al lavoro per realizzare centinaia di piccoli “cuchetti” da donare ai partecipanti. Il paese tornò così a riempirsi del loro allegro fischio. Fra le persone coinvolte vi era Gaetano Vicari, conosciuto da tutti come Neo, che sarebbe diventato l’ultimo cucaro di Monticello.
Fu proprio Gaetano a conservare e raccontare la memoria di quella rinascita. Colpito dall’interesse suscitato dai primi manufatti, cominciò a sperimentare nuove forme e differenti dimensioni, trasformando una collaborazione occasionale in una passione destinata ad accompagnarlo per tutta la vita.

Gaetano “Neo” Vicari, l’ultimo cucaro di Monticello
Alcuni cuchi realizzati da Neo furono esposti in un negozio di Vicenza e attirarono presto l’attenzione dei collezionisti, desiderosi di conoscere il loro autore. Nel frattempo, negli ambienti della precedente “Trattoria agli Stoviglieri” venne aperto il Bar dei Cuchi, sulle cui mensole trovò posto una raccolta creata dallo stesso Vicari.
La voce si diffuse e i “cuchi de Montexèo” ricominciarono a circolare tra appassionati e collezionisti, prima nella provincia di Vicenza e poi ben oltre i confini locali. Alcuni esemplari arrivarono fino a Roma, destinati al Museo nazionale delle arti e tradizioni popolari dell’EUR.
Gaetano entrò in contatto con il gruppo dei Cucari Veneti di Nove e partecipò a concorsi, mostre e rassegne in importanti centri della ceramica popolare, tra i quali Caltagirone, Moncalieri e Rutigliano, oltre alla biennale del Museo dei cuchi di Canove di Roana. I risultati ottenuti fecero conoscere Monticello come luogo nel quale l’antica arte del fischietto era tornata a vivere.
Neo non custodì gelosamente ciò che aveva imparato. Fu invitato nelle scuole, nelle mostre e negli incontri culturali, dove mostrava come modellare un cuco e ne spiegava i significati più antichi. Attraverso la sua disponibilità, bambini e adulti poterono conoscere una pratica artigianale che rischiava di essere dimenticata.
Gaetano Vicari, nato nel 1933 e scomparso il 16 dicembre 2022, è stato l’ultimo cucaro di Monticello Conte Otto. Con la sua morte non è venuto a mancare soltanto un artigiano, ma l’ultima persona del paese capace di dare forma e voce ai tradizionali cuchi de Montexèo.
A Gaetano va il ringraziamento sincero della comunità. Senza la sua passione, la sua disponibilità e il desiderio di trasmettere ciò che aveva imparato, una parte preziosa della storia locale sarebbe probabilmente scomparsa molto prima. Neo non si limitò a modellare piccoli fischietti: li portò nelle scuole, nelle mostre, nelle rassegne e negli incontri con gli appassionati, raccontandone le origini e i significati. Grazie a lui il nome di Monticello tornò a essere associato a una tradizione antica, nata dall’incontro fra la terra, il fuoco, il lavoro e la fantasia popolare.

Dal 16 dicembre 2022, a Monticello i cuchi non fischiano più
Con la scomparsa di Gaetano Vicari, si è interrotta una tradizione artigianale che aveva accompagnato Monticello per generazioni. I cuchi rimangono un elemento importante dell’identità e della memoria del paese, ma da quel giorno, purtroppo, a Monticello non fischiano più.
Restano quelli modellati dalle mani di Neo: piccoli oggetti di terracotta conservati nelle case, nelle collezioni e nei luoghi nei quali furono esposti. Ognuno di essi porta con sé il suono delle sagre, della Marcia dei Cuchi e di un mondo nel quale anche un semplice giocattolo poteva diventare occasione di festa e condivisione.
Il silenzio lasciato dall’ultimo cucaro rende ancora più evidente il valore della sua opera. Gaetano fu l’anello che unì la memoria degli operai della Ceramica Todescan alla rinascita degli anni Settanta e alle generazioni che poterono conoscere quest’arte attraverso le sue dimostrazioni. Se oggi possiamo raccontare la storia dei cuchi di Monticello, lo dobbiamo soprattutto a lui.
Una tradizione da custodire e far rinascere
Nel 2016 venne organizzata la Festa dei Cuchi de Montexèo, un’esperienza che non fu più ripetuta ma che meriterebbe di essere riproposta. Recuperare quella manifestazione significherebbe rendere omaggio a Gaetano Vicari, valorizzare la storia ceramica di Monticello e offrire alle nuove generazioni l’opportunità di conoscere un’arte semplice soltanto in apparenza.
I cuchi hanno attraversato epoche e civiltà comunicando attraverso un suono elementare e immediatamente riconoscibile. A Monticello raccontano il lavoro degli operai provenienti da Nove, la Ceramica Todescan, le sagre di un tempo, la rinascita degli anni Settanta e, soprattutto, la passione di Neo Vicari.
Oggi i cuchi de Montexèo non fischiano più, ma il loro silenzio non deve diventare oblio. Custodire gli esemplari realizzati da Gaetano, raccogliere fotografie e testimonianze, raccontare la sua esperienza nelle scuole e insegnare nuovamente a modellare questi piccoli strumenti sono i modi più autentici per ricordarlo.
L’auspicio è che qualcuno raccolga un giorno la sua eredità e restituisca voce all’argilla. Fino ad allora, ogni cuco conservato a Monticello continuerà a ricordarci Gaetano “Neo” Vicari: l’ultimo cucaro del paese, l’uomo che impedì a un’antica tradizione di essere dimenticata.
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